Hai fatto colpo? La prima vera impressione

Quando si parla di impressioni ci si riferisce a un giudizio, un sentimento o un’opinione formatasi su qualcuno/a e basata su informazioni parziali. Per esempio, incontriamo una persona alla cassa del supermercato che indossa un buffo cappello e nella nostra mente si potrebbero attivare una serie di pensieri come “se porta un cappello buffo, allora è una persona estroversa”. Questo tipo di inferenze dettate dal sentimento sono ciò che rende lo studio delle impressioni tanto interessante. Difatti, giungere a conclusioni affrettate sulla personalità di qualcuno non è mai positivo e talvolta può creare seri problemi. Per esempio, pensate alle implicazioni di questi pensieri pregiudizievoli in situazioni più sensibili della coda al supermercato, come quando si deve giudicare un individuo candidato ad un posto lavorativo o qualora si debba esprimere un giudizio in tribunale su qualche comportamento dell’imputato. L’apparenza conta, e molto!

Per questo motivo le impressioni sono state oggetto di analisi di gran parte della psicologia sociale fin dalle origini della disciplina. L’obiettivo è spesso comprendere cosa determina lo sviluppo di una certa impressione e quale possa essere il costo sociale di un processo cognitivo all’apparenza così semplice. 

Per rispondere alla prima domanda, possiamo dire che virtualmente qualunque cosa può essere origine di un’impressione. Il nostro sistema cognitivo è sempre molto attento agli stimoli sociali che ci circondano e, soprattutto negli ultimi venti anni, si è dimostrato che le impressioni sociali possono essere sia esplicite (sotto il nostro controllo) sia implicite (automatiche, con poco controllo da parte nostra). I volti sono uno degli oggetti sociali più studiati, proprio perché molto informativi da un punto di vista sociale. Da un volto possiamo cercare di capire le intenzioni di una persona, buone o cattive. Ad esempio, due ricercatori di Princeton, Willis e Todorov, hanno scoperto che 100ms sono sufficienti per esprimere un giudizio sull’onestà percepita da un volto umano inespressivo (alcuni ricercatori hanno fissato il minimo a 33ms…). Ciò non significa che siamo accurati nel giudicare l’onestà da così poche informazioni, e infatti la maggior parte delle volte non lo siamo, ma semplicemente che il nostro cervello percepisce un’informazione sociale così rilevante in brevissimo tempo e restituisce una serie di segnali di allerta che determineranno la futura reazione comportamentale. 

Ora riflettiamo sulle conseguenze: se è sufficiente avere una faccia “disonesta” per invitare le persone intorno a noi ad allontanarsi, com’è possibile che questo tipo di persona abbia una vita sociale soddisfacente, molto spesso senza risentire gravemente della discriminazione che potrebbe scaturirne? Questo accade perché queste informazioni, benché importanti, non sono le sole e uniche che possediamo su un individuo. Di sicuro sono tra le prime informazioni che ricaviamo, e ricevono un trattamento di eccellenza, ma gradualmente vengono integrate con una serie pressoché infinita di altri indizi che possiamo raccogliere su una persona in pochi secondi di interazione. Di certo la sfaccettata personalità di un individuo non viene oscurata dal suo volto! Il nostro sistema cognitivo possiede diverse abilità tra cui quella dell’integrazione di informazioni multiple in brevissimo tempo, e spesso ciò accade in modo automatico e senza consapevolezza. Infatti, la formazione ed evoluzione delle impressioni può essere compresa come se fosse una serie di passaggi appresi attraverso l’esperienza e che pongono in rapporto di causalità (A causa/predice B) o co-occorrenza (A c’è quando c’è B) una serie di oggetti sociali, differenti da situazione a situazione, determinando un’imprevedibile moltitudine di possibili combinazioni e quindi impressioni. Spesso la valutazione di una persona parte da quello che il volto ci dice, ma si evolve gradualmente e abbastanza velocemente mediante un continuo contrapporsi di informazioni sociali di differente valore (“chi è la persona che ho davanti, quale lavoro fa, dove mi trovo, è gentile o scontroso?”) che possono confermare o meno le aspettative che ci siamo formati in partenza.

Le impressioni sono solo l’inizio della vita sociale, ed è per questo che è sempre bene partire con il piede giusto. 

Bibliografia

De Houwer, J. (2018). Propositional models of evaluative conditioning. Social psychological Bulletin, 13(2), 1-21.

Todorov, A., Olivola, C. Y., Dotsch, R., & Mende-Siedlecki, P. (2015). Social attributions from faces: Determinants, consequences, accuracy, and functional significance. Annual review of psychology, 66, 519-545.Willis, J., & Todorov, A. (2006). First impressions: Making up your mind after a 100-ms exposure to a face. Psychological science, 17(7), 592-598.

One Comment Add yours

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s