The Social Dilemma, Violare la Privacy usando i Dati Condivisi Volontariamente

Ti preoccupa che qualcuno possa accedere ai tuoi dati personali? È una cosa molto comune. Molti per questo motivo evitano di fare spese online o preferiscono pagare in contanti piuttosto che con carta di credito. E sì che per rendere sicure le transazioni dei pagamenti digitali vengono spesi parecchi soldi! Nessuna azienda lascerebbe online i dati delle carte di credito dei propri clienti alla mercé di chiunque abbia una connessione internet. E se ti dicessi che sul web ci sono alcuni dati che ti riguardano facilmente rintracciabili? E che possono essere usati per “indovinare” la tua personalità? Ti preoccuperebbe? Magari no, dopotutto che tipo di persona tua sia è subito evidente dopo una chiacchierata di cinque minuti. Ma se ti dicessi che quei dati permettono di predire per chi voti? O il tuo orientamento sessuale? La cosa diventa un po’ più preoccupante.

I dati di cui sto parlando sono le tracce digitali, come i like su Facebook o Instagram, e sono visibili a tutti. Dopotutto è questo lo scopo dei social media, permetterci di condividere i nostri interessi e le nostre opinioni. Te lo dico per certo, usando i tuoi like di Facebook è possibile predire non solo i tuoi tratti di personalità, ma anche il tuo background etnico (con un’accuratezza del 95%), la tua fede religiosa (82%), il tuo orientamento politico (85%) o quello sessuale (88% per gli uomini e 75% per le donne). È proprio quello che hanno dimostrato alcuni ricercatori di Cambridge i quali hanno chiesto a 58.466 volontari di rispondere ad alcune domande le cui risposte sono poi state predette sulla base di 55.814 likes. Tutto questo può sembrare miracoloso e infatti non tutti hanno le capacità tecniche del ricercatore medio di Cambridge. Eppure, questi dati sono stati analizzati usando perlopiù tecniche che si insegnano già nei primi tre anni di università (es. regressione lineare e logistica).

In fin dei conti non è poi così preoccupante. Chi votiamo, in cosa crediamo, o il nostro orientamento sessuale sono tutte cose che ci definiscono e di cui dobbiamo andare fieri! Non è un problema se la società sa queste cose di noi. Dopotutto, credere in un dio piuttosto che un altro non è un crimine giusto? Non proprio. In alcuni paesi la gente è perseguitata per motivi religiosi o politici. In alcune società essere omosessuali è punito per legge, anche con la pena di morte. Senza entrare nel merito di quanto ingiusto possa essere, credo che valga la pena ragionare sui rischi che ciò comporti. Per esempio, alcuni regimi vietano l’uso dei social media per evitare che gruppi di dissidenti possano organizzarsi contro le autorità ma, sapendo che questa tecnologia è alla portata di tutti, se io fossi uno di quei dissidenti eviterei di dare spontaneamente tutte queste informazioni al regime che vorrei contrastare. Sarebbe decisamente più prudente cercare un’altra strada, magari che offra più privacy, per perseguire la mia causa. Fortuna che nelle democrazie occidentali queste cose non succedono! Alla peggio questi dati vengono usati per adattare ai nostri interessi le pubblicità che ci vengono propinate mentre perdiamo tempo sul nostro social preferito. Mica verranno usate per manipolare la democrazia? In realtà, sì. Durante le elezioni presidenziali del 2016, molti utenti dei social sotto l’egida di Facebook sono stati bersaglio di un flusso di contenuti mirati a convincerli a votare per il candidato repubblicano Donald Trump. Questi utenti sono stati selezionati sulla base dei loro profili di personalità e delle loro opinioni ricavate tramite i dati che avevano condiviso spontaneamente. Se avete visto “The Social Dilemma”, un documentario disponibile su Netflix, saprete di come il team di Cambridge Analytica abbia orchestrato una campagna tanto efficace quanto discutibile. La campagna di persuasione di massa, definita come uno “strumento di guerra psicologica” dal The Guardian, è stata portata alla luce da Christopher Wylie e Brittany Kaiser, dipendenti della stessa Cambridge Analytica, e ha addirittura costretto Mark Zuckerberg a testimoniare di fronte alle autorità a stelle e strisce. Questo scandalo e la ricerca del team di Cambridge (che non è associato all’azienda Cambridge Analytica) ci mostrano come al tempo dei social media il nostro comportamento sui social debba diventare molto più consapevole per poter tutelare la nostra privacy e le nostre libertà personali.

Bibliografia

Ambady, N., & Rosenthal, R. (1992). Thin Slices of Expressive Behavior as Predictors of Interpersonal Consequences: A Meta-Analysis. Psychological Bulletin, 111(2), 256-274.

Kosinski, M., Stillwell, D., & Graepel, T. (2013). Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior. PNAS, 110(15), 5802–5805.

https://www.theguardian.com/news/2018/mar/17/data-war-whistleblower-christopher-wylie-faceook-nix-bannon-trump retrieved 04712/2020

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