Nel mondo degli stereotipi. Breve guida intuitiva per orientarsi

Se volessimo iniziare con una massima che riassuma il contenuto di questo articolo potremmo annunciare: nessuno è immune allo stereotipo!

Nella cultura di massa veicolata da quel pervadente mezzo di diffusione culturale che è il cinema (hollywoodiano), l’ispirazione per personaggi iconici e avvincenti storie è spesso trafugata dal bottino delle rappresentazioni stereotipiche che sono di facile fruizione e comprensione. Pensiamo alla recente svolta nel campo dello streaming online di Disney che ha creato scalpore per aver deciso di avvertire con un disclaimer riguardo le caricature ormai anacronistiche e eccessivamente stereotipate di alcuni personaggi minori di opere come “Gli aristogatti” (1970), “Peter Pan” (1953), “Aladdin” (1992), e persino “Dumbo” (1941). Ma perché tutta questa apprensione da parte del colosso che ha fatto scatenare milioni di bambini sulle note di “Tutti quanti voglion fare il jazz”? Prima di comprendere perché Disney abbia fatto questa scelta (un po’ per marketing, un po’ per seguire un’etica aziendale più inclusiva) dobbiamo fare qualche passo indietro. Domandiamoci: cosa sono gli stereotipi? Perché li usiamo in modo così naturale e spontaneo? E, infine, quali possono essere le conseguenze sociali e “mortali” di un loro (ab)uso inconsapevole?

La vignetta avverte, prima della riproduzione in streaming del film “Gli aristogatti” del 1970 (Disney) che i gatti asiatici sono dipinti con eccessivo uso di caratteristiche stereotipiche. Sono considerate tali gli sporgenti denti incisivi o l’utilizzo delle bacchette per suonare il pianoforte, o infine il forte uso di parole di derivazione cinese che non hanno alcun significato nel contesto ma fanno molto “asiatico” tipo “Shangai, “Hong Kong, Egg Foo Young, Fortune cookie always wrong”. La motivazione che ne danno: questa raffigurazione rinforza lo stereotipo dell’ “eterno straniero”.

La psicologia degli stereotipi si basa sull’assunzione che l’essere umano, per poter interagire con la mole di informazioni sociali che lo circonda, abbia esteso una sua specifica abilità cognitiva anche agli oggetti sociali. Questa è l’abilità di categorizzare, ovvero il saper suddividere abilmente gli oggetti intorno a noi in categorie, la quale segue un principio di semplificazione cognitiva. Ci rende la vita facile insomma. Inoltre, questa ha anche uno scopo funzionale e adattivo: aiuta a creare aspettative per poter fronteggiare gli eventi futuri, riferimenti per interpretare quelli passati, e gestire gli incontri inaspettati rapidamente e senza timore.

Le categorie che utilizziamo per organizzare il mondo sociale sono proprio gli stereotipi. Sono come delle scatole in cui le informazioni più ricorrenti su un certo tipo di persona sono conservate l’una accanto all’altra. Quando si raccolgono abbastanza informazioni si può creare un prototipo che sta figurativamente al centro della categoria, e così affermare: “Se sei preciso e ti piacciono i numeri allora sei un contabile!”. Il prototipo è un oggetto fittizio, ma in qualche modo veritiero, che funge da punto di riferimento per incasellare nuovi oggetti. E allora, molti si chiederanno: perché dovrei impiegare tempo e risorse a limitare l’utilizzo di un’abilità formidabile come questa?

Usiamo lo stereotipo: quanto è probabile che sia il nostro contabile? ©Milos Zivojinovic

Una volta attivato uno stereotipo (stereotype activation), questo verrà utilizzato come riferimento sia per giudicare gli altri sia per comportarsi con loro nel modo che riteniamo più consono (stereotype application). Il povero contabile non sarà mai considerato un avventuriero, non sarà mai estroverso, non sarà mai divertente! Sarà competente, intelligente, magari educato. Probabilmente non lo invitereste ad una festa perché, secondo il vostro intuito, non è il tipo che esce la sera, si diverte, e sta in compagnia. A natale gli regalereste un abbonamento a Netflix o Amazon Prime Video, e via così. È molto semplice non trovate? Ma ecco il tornaconto. L’applicazione dello stereotipo è il primo passaggio per cristallizzare un individuo in categorie da cui difficilmente ne uscirà: starà al perceiver, colui che osserva e interpreta il mondo sociale, rompere le catene dello stereotipo, oppure al target, colui che diventa oggetto sociale, dimostrare che il perceiver sta sbagliando.

Siamo immersi nella cultura dello stereotipo fin dalla nascita e moltissime volte il loro utilizzo passa pressoché inosservato. Per esempio, chi ha notato che la rappresentazione degli indigeni di “Peter Pan” (1953) fa il verso allo stereotipo del selvaggio così abusato nei film Western di quell’epoca? Una volta fatta mente locale ci accorgiamo che gli stereotipi sono ovunque, siamo noi che siamo troppo abituati a usarli e vederli. In fin dei conti, tutti li conoscono, proprio perché li impariamo con la socializzazione. Per ignorarli, significa che non avete mai visto un film Disney. Piuttosto, gli individui differiscono in maggior misura per la forza con la quale ognuno decide di non credervi (motivazione). Infatti, anche se l’attivazione è pressoché automatica (e implicita), l’applicazione sarà invece controllata (ed esplicita, almeno in parte; ricordate la distinzione tra implicito ed esplicito nella formazione di impressioni presentata nel mio precedente articolo?).

Ci sono diversi fattori che possono influenzare il binomio attivazione-applicazione. Uno riguarda la somiglianza tra il nostro contabile e il prototipo di contabile: più il nostro amico occhialuto sarà simile a quello che noi ci aspettiamo (es. ha un anonimo paio di occhiali squadrati e una penna a sfera nel taschino della camicia) più sarà difficile per noi controllare l’applicazione dello stereotipo. Immaginate che il prototipo sia come una stella con una forza gravitazionale spaventosa e tutti gli esempi che possiamo trovare di contabile gli ruotino intorno, esattamente come i pianeti fanno con il Sole. Quelli che sono più vicini al centro del nostro sistema solare sfuggiranno con molta difficoltà alla sua attrazione e tenderanno a conformarsi alla traiettoria che il prototipo/stella gli impone. Quelli più lontani potranno godere di una certa flessibilità ricevendo magari un’applicazione parziale dello stereotipo oppure venendo bollati come “eccezioni che confermano la regola”.

Come dicevamo, molto dipende anche dalla motivazione con la quale si decide di controllare questo processo naturale, ma quanto si può resistere nei fatti? Facciamo una prova. Prima di proseguire, date uno sguardo a queste due fotografie: uno dei due potrebbe essere un ladro condannato per borseggio, indovinate quale.

©Good Faces
©Michael Weir

Come sicuramente avrete notato, tutti voi sapete benissimo quale sarebbe la risposta più in linea con lo stereotipo, ciò che fa la differenza è la motivazione con la quale gli resistete. A scanso di equivoci, nessuno dei due è un ladro, almeno speriamo.

Giunti fino a qui, forse è il momento di domandarci: siamo sicuri che questo sermone sull’uso e abuso degli stereotipi sia necessario? Se è vero che è conoscenza comune che gli stereotipi influenzano la nostra vita sociale ormai dovremmo riuscire a vivere tutti armoniosamente liberi dal pregiudizio e dalle aspettative. Dopotutto, la Disney ci avverte ogni qualvolta che vogliamo rivedere il nostro elefantino preferito che la raffigurazione degli afroamericani che cantano “When we get our pay, we throw our money all away” [Quando prendiamo la nostra paga, gettiamo subito via tutti i soldi] in “Dumbo” (1941) è forse eccessivamente stereotipica.

Come potete immaginare, la risposta è no. Siamo ben lontani dall’impedire ai preconcetti di entrare a gamba tesa nella nostra quotidianità, come dimostrano le cronache recenti del movimento Black Lives Matter negli USA, a capo di una protesta nata per molto di più di una semplice caricatura offensiva. A tal proposito, vale la pena citare la ricerca di Jennifer Eberhardt e colleghi (2006) che ha fatto scuola nel settore dimostrando in modo inequivocabile quali possano essere le più orribili conseguenze dello stereotipo. I ricercatori di Stanford chiesero a un gruppo di persone non di colore di giudicare quanto alcuni uomini afroamericani assomigliassero al prototipo di afroamericano (“Quanto assomiglia al tipico uomo afroamericano?”). Ciò che non dissero loro fu che questi individui erano stati condannati per omicidio con sentenze differenti, alcuni di loro con la pena di morte. Lo studio dimostrò che più il volto del condannato era percepito come simile al prototipo (e quindi assimilabile allo stereotipo), più era probabile che quest’ultimo avesse ricevuto una condanna a morte, a prescindere dalla gravità del danno arrecato. Considerato il contesto giuridico differente dal nostro, questi risultati fanno pensare che chi ha emesso il verdetto (la giuria) abbia prima attivato e poi applicato automaticamente lo stereotipo come metro di giudizio per poter determinare il grado di colpevolezza di un individuo, ignorando almeno in parte informazioni oggettive come il crimine commesso. Peraltro, la stessa ricercatrice (2004) aveva già dimostrato che un uomo con i tipici tratti fisici afroamericani è più probabile che venga ritenuto un criminale di chi, per sua fortuna, assomiglia meno al prototipo. Ora potete contestualizzare un po’ di più le news che ci arrivano ogni giorno da oltre oceano.

Questo è un esempio, tanto estremo quanto reale, di come gli stereotipi possano determinare la vita o la morte di alcuni individui. Al netto delle difficoltà che crea nel mondo contemporaneo e globalizzato, lo stereotipo rimane un’efficace e funzionale mezzo di economia cognitiva che la maggior parte delle volte soddisfa il suo compito. Tuttavia, come potete immaginare, si rende necessario ridurre la sua eccessiva pervasività. L’esempio di Disney, per quanto nobile e forse necessario, soddisfa uno scopo perlopiù educativo mirato alla contestualizzazione dell’arte (molte dei film sono del secolo scorso) ma difficilmente contribuisce a ridurre i processi cognitivo-motivazionali che spingono all’applicazione degli stereotipi talvolta al di fuori del nostro controllo. Per poter agire su di essi è necessario molto di più. Ma di questo ne parleremo in un nuovo articolo!

Bibliografia

Devine, P. G. (1989). Stereotypes and prejudice: Their automatic and controlled components. Journal of personality and social psychology, 56(1), 5-18.

Eberhardt, J. L., Davies, P. G., Purdie-Vaughns, V. J., & Johnson, S. L. (2006). Looking deathworthy: Perceived stereotypicality of Black defendants predicts capital-sentencing outcomes. Psychological science, 17(5), 383-386.

Eberhardt, J. L., Goff, P. A., Purdie, V. J., & Davies, P. G. (2004). Seeing black: race, crime, and visual processing. Journal of personality and social psychology, 87(6), 876 – 893.

https://www.commonwealthclub.org/events/archive/podcast/jennifer-eberhardt-understanding-bias URL scaricato il 06/01/2021.

https://storiesmatter.thewaltdisneycompany.com/ URL scaricato il 17/02/2021

Tutti i diritti delle immagini appartengono ai loro proprietari.

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