Time is running out: perché ci sembra di non avere mai abbastanza tempo

La pandemia ha fermato tutto, letteralmente. Attività, impegni, traguardi. Il tempo si è dilatato in un’eterna attesa. E ci sembra di essere invecchiati di colpo. Al tempo stesso però abbiamo avuto l’occasione di iniziare ad apprezzare la quantità e la qualità del tempo che vogliamo trascorrere. Abbiamo iniziato a dire di no, insomma. A noi stessi e al nostro bisogno di riempire il nostro tempo, togliendoci quella oppressiva sensazione che non basti mai e agli altri, a cui non vogliamo dare l’impressione di non vivere abbastanza.

La nostra concezione di tempo assoluto, inteso come qualcosa che esiste al di là degli eventi che si susseguono, è una tradizione Newtoniana che siamo abituati a pensare come universale ed eterna.

Senza entrare “fisicamente” nel dibattito, in realtà ormai siamo più abituati a credere che ogni cosa abbia il suo tempo, un tempo che in fisica viene chiamato proprio, per contrapporlo al tempo assoluto che siamo soliti misurare.

Se parliamo di età soggettiva in realtà eravamo già abituati a pensarla in questi termini. Nonostante i nostri tentativi di misurare l’età cronologica degli individui, la gerontologia sa da tempo che individui diversi invecchiano in modo diverso e che ci sono numerosi fattori che influiscono sull’età e il tempo vissuto, compreso l’atteggiamento che abbiamo nei confronti della nostra stessa età.

La percezione del proprio processo di invecchiamento e del “passare del tempo personale” è un concetto multidimensionale, influenzato da diversi processi cognitivi, affettivi e comportamentali che può essere quantificato negli stessi termini dell’età cronologica, rispetto a una valutazione generale dell’età sentita (ne ho 40 ma me ne sento ancora 18), dell’età desiderata (vorrei averne ancora 30) e dell’età percepita(penso che gli altri mi darebbero 30 anni per come appaio). Ovviamente la percezione dell’età è un costrutto molto più complesso che comprende anche la soddisfazione per il proprio processo di invecchiamento: di come sento che sto “trascorrendo” il mio tempo e come il passare del tempo può influire sulla qualità della mia vita.

Inoltre, la percezione del tempo, è una dimensione non nuova alla psicologia. La dimensione psicologica del trascorrere del tempo è influenzata da altri dimensioni, cognitive ed emotive. Per esempio la presenza di espressioni corporee e facciali paurose, aumentando i livelli di attivazione dell’organismo che aumentano a loro volta anche l’orologio interno (per cui il tempo viene percepito come più veloce) . Questo è vero anche per tutte quelle emozioni che provocano una forte attivazione dell’organismo. Quando siamo molto “eccitati” o “stressati” il tempo scorre più velocemente e nel ricordarlo retrospettivamente ci sembra di non aver avuto abbastanza tempo per poter fare ciò che volevamo, anche se lo abbiamo vissuto molto intensamente.

Ecco, proviamo a partire da questo. Come vediamo il tempo che ci è concesso? Cosa ne facciamo? Siamo convinti che ci sia un tempo per fare alcune cose? Siamo dei procrastinatori seriali? Ragioniamo per tappe di vita socialmente imposte che vogliamo su per giù rispettare (laurea, matrimonio, figli)?

Siamo più giovani se facciamo più attività durante la giornata e trascorriamo meglio il nostro tempo? Ci sentiamo più vecchi se raggiungiamo dopo alcuni eventi di vita rispetto ai nostri coetanei? Questo rincorrere il nostro stesso tempo proprio, ci porta in alcuni casi a saturare la nostra vita di attività, impegni, traguardi con la sensazione che il tempo non sia mai abbastanza. Che non ci basti mai. Che rischiamo di invecchiare prima del tempo senza aver fatto ciò che volevamo.

Abbiamo avuto l’opportunità nell’ultimo anno di scoprire che anche il tempo speso a fare niente o dedicato a noi stessi è tempo utile. Magari non ne siamo usciti migliori, come qualcuno sperava. Di certo siamo diventati più consapevoli. E se non lo abbiamo fatto, spero che questa riflessione sia un’occasione per prenderci del tempo. A ciascuno il proprio.

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