Perchè ci piace la musica?

Articolo a cura di Gemma Massetti. Psicologa, Musicoterapista e Dottorando di ricerca in Neuroscienze Cliniche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nei suoi studi si occupa di neuropsicologia del ciclo di vita e nuove tecnologie.

La musica è da sempre parte integrante dell’identità culturale delle diverse civiltà. Basti pensare che le testimonianze della creazione dei primi rudimentali strumenti musicali ci arrivano fin dall’era della preistoria, in cui gli uomini primitivi provavano a far risuonare ossa e pietre, dando vita a primordiali melodie. Con il tempo la varietà degli strumenti musicali si è enormemente ampliata, parallelamente alla nascita di diversi generi musicali, in grado ormai di soddisfare i gusti di chiunque. Non solo, nel corso dei secoli si è assistito a un aumento, da un lato, della complessità delle composizioni, dall’altro, della nostra “fame di musica”. Al giorno d’oggi, infatti, per poter partecipare al concerto del nostro cantante preferito siamo disposti a investire tempo e denaro: non di rado accade che per accaparrarsi il biglietto che garantisce l’accesso al miglior posto del palazzetto, e quindi il più costoso, si sia costretti a fare una fila di diverse ore alla biglietteria, magari sotto la pioggia. Tuttavia, lo facciamo lo stesso e carichi di adrenalina, perché la musica non è solo una forma d’arte, bensì una compagna di vita: ci culla nei momenti tristi, ci supporta in quelli difficili, ed enfatizza la gioia dei giorni felici.

Ma perché la musica ci piace? Questa domanda è diventata uno dei temi centrali della ricerca in psicologia della musica, soprattutto in considerazione degli effetti psicologici ed emotivi che un brano può avere sull’ascoltatore. Affinché un brano possa piacerci dipende sia dalle caratteristiche del brano stesso che dell’ascoltatore. Le prime, le caratteristiche del brano, consistono nell’ “ambiente musicale” (come la complessità o il significato della musica) e sono influenzate dall’ “ambiente culturale” in cui il brano è inserito. Le seconde, caratteristiche dell’ascoltatore, consistono, invece, in fattori come la personalità, il genere, l’etnia, o il grado di istruzione musicale conseguito. Le caratteristiche del brano, quindi, interagiscono tra loro e sono filtrate da quelle dell’ascoltatore, contribuendo alla decisione che una canzone sia apprezzata oppure rifiutata.

Tuttavia, resta da comprendere che cosa avvenga a livello cerebrale nel momento in cui ascoltiamo musica che ci piace. Così, il gruppo di ricerca capitanato dal neuroscienziato Mas-Herrero ha condotto uno studio con l’obiettivo di rispondere al quesito. L’esperimento ha coinvolto diciotto partecipanti, 11 femmine e 7 maschi, con un’età media di 24 anni, che non fossero musicisti professionisti e a cui piacesse la musica pop. Durante ciascuna sessione sperimentale, le persone dovevano ascoltare 5 brani scelti autonomamente e 10 brani scelti dai ricercatori, esprimendo per ciascuna traccia, in tempo reale, il grado di piacere esperito durante l’ascolto, scegliendo tra quattro livelli: neutrale, basso piacere, alto piacere e brividi. Per poter esprimere la propria decisione, dovevano premere uno tra quattro pulsanti e mantenere la pressione fino a che fosse durata quella sensazione. Alla fine di ciascun estratto, ai partecipanti veniva richiesto di valutare il loro grado di familiarità (dal livello 1 = non familiare, al livello 4 = ho questa canzone sul mio PC, sulle mie applicazioni di streaming etc.) e di attivazione fisica (dal livello 1 = non mi ha attivato per nulla, al livello 4 = mi ha attivato molto) sperimentata in risposta a quel brano. In aggiunta, ai partecipanti veniva offerta l’opportunità di comprare la musica selezionata dagli sperimentatori con i propri soldi.

Mentre svolgevano tali compiti, le persone erano sdraiate all’interno di una risonanza magnetica funzionale (o fMRI), un tipo particolare di risonanza magnetica che viene utilizzata, in ambito neuroradiologico, per rilevare quali aree cerebrali si attivano durante l’esecuzione di un determinato compito (come parlare, leggere, pensare o muovere una mano). In aggiunta alla fMRI, veniva applicata una stimolazione magnetica transcranica (TMS) sulla corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra. La TMS è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale effettuata posizionando dei magneti in prossimità della cute, in grado di eccitare o inibire l’attività neuronale di specifiche aree cerebrali, permettendo così di studiarne il ruolo e il funzionamento.

Al termine dello studio, i ricercatori hanno potuto osservare che durante l’ascolto dei brani vi era un’attivazione del circuito neurale della ricompensa. Gli esseri umani, infatti, hanno la capacità di provare e trarre piacere da un’ampia varietà di stimoli e attività: ovvero da ricompense primarie, che soddisfano i nostri impulsi biologici di base, come il cibo, ad esperienze estetiche, come l’ascoltare musica. In particolare, prima che avvenisse l’ascolto, l’eccitazione del circuito della ricompensa aumentava il livello di piacere sperimentato successivamente dai partecipanti mentre ascoltavano le canzoni; al contrario, l’inibizione di quelle aree cerebrali diminuiva il piacere. Tali cambiamenti erano collegati a variazioni dell’attività nel nucleo accumbens, una regione chiave del circuito della ricompensa.

I risultati della ricerca hanno quindi permesso di rispondere, almeno parzialmente, alla domanda inziale, comprendendo che la musica ci appassiona anche perché il cervello la tratta come fonte di piacere o di incentivo, al pari di altri bisogni primari.

Mas-Herrero, E., Dagher, A., Farrés-Franch, M., & Zatorre, R. J. (2021). Unraveling the temporal dynamics of reward signals in music-induced pleasure with TMS. Journal of Neuroscience, 41(17), 3889-3899.

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