“How dare you?”

A cura di Stefania La Rocca

Iniziava così uno dei discorsi più famosi della storia contemporanea, diventato simbolo di un movimento che ci riguarda tutti. A tutte le età. La consapevolezza del cambiamento climatico, il FridayForFuture e per antonomasia, Greta Thunberg, stanno ormai influendo notevolmente sull’agenda politica ed economica Onu. Un movimento green di tale portata da agire lentamente e progressivamente sulla coscienza collettiva. Perché se è vero che alcuni gruppi ci ammoniscono da tempo sulle conseguenze del nostro collettivo disinteresse ed esistono dati incontrovertibili su quelli che sono i risvolti ambientali è anche vero che solo negli ultimi anni c’è stato un aumento di presa di consapevolezza sulle azioni che il singolo individuo può attuare per rallentarli.


Nello stesso discorso, la giovanissima attivista continua poi così:
“La speranza viene da noi giovani, come osate? Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote, eppure sono tra i più fortunati. Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi stanno crollando”.

In questa corsa contro il tempo in cui siamo o dovremmo essere tutti dalla stessa parte, sembra esserci però una spontanea fazione generazionale, tra i giovani che sono giustamente preoccupati per il loro futuro ed esperiscono con maggiore consapevolezza le implicazioni per la propria sorte e le persone più anziane che invece sembrano non fare nulla per fermare questa inarrestabile lotta.
Se è vero che esiste un divario generazionale è altrettanto necessario chiedersi su cosa potrebbe basarsi ciò. Che cosa determina un diverso approccio alla questione ambientale?
Da un lato abbiamo quello che in ambito psicologico viene chiamato “rischio percepito”. L’attribuzione causale e temporale che diamo agli eventi e come questi possano agire sulla nostra vita dipende da una serie di fattori: personalità, percezione di efficacia ed età, tra gli altri. Ciò si traduce in una sovrastima o sottostima di eventi percepiti come più o meno reali e che possono riguardare noi come individui. Potrebbero riguardare il momento di insorgenza di alcune malattie, la probabilità di essere coinvolti in un incidente automobilistico o di vivere nel corso della propria vita una pandemia globale. Tanto più gli eventi sembrano distanti nel tempo e tanto più sono sottostimati come rischio. Ed è altrettanto vero il contrario.

Nella banalità di questo calcolo, viene da sé che gli anziani tendando a sottostimare gli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici e l’effetto diretto che ciò potrebbe avere sulle loro vite. La percezione del rischio da sola non basta però ad attivare un processo di consapevolezza.
Serve formazione, conoscenza e accesso alle corrette notizie ed informazioni. Da un lato con l’avanzare degli anni si consolidano le conoscenze, la cultura e aumenta anche la “saggezza”, ossia il giusto connubio tra conoscenza e consapevolezza del suo utilizzo. D’altra parte, è però la vicinanza a contesti e luoghi di cultura che favorisce la riflessione ambientale. Basti pensare all’attenzione di alcuni programmi scolastici nell’integrare nelle competenze trasversali anche la sensibilità e la conoscenza dell’ambiente o all’immenso lavoro delle università, impegnate in prima linea nel favorire anche attraverso delle spinte gentili, un corretto approccio nel fare la differenza, nel proprio piccolo.
Tutto ciò si accompagna a un cambio di abitudine globale e individuale. Posto che la consapevolezza dei cambiamenti climatici potrebbe essere sentito come problema intergenerazionale, cambiare i nostri comportamenti non è facile. Per adeguarci ai cambiamenti climatici servono infatti delle azioni coerenti, quotidiane e concrete. Possono riguardare la scelta della mobilità, la scelta della nostra alimentazione, l’attenzione alla raccolta differenziata, il dire no alla plastica, l’orientarsi agli acquisti sostenibili. Le abitudini sono tante e per ora non ci siamo ancora “abituati.

Solo lentamente e recentemente si stanno insinuando nella nostra cultura e nel nostro modo di pensare. Un po’ più difficile cambiare abitudini col passare del tempo quando le “vecchie abitudini” si sono consolidate, quando anche il nostro cervello diventa meno flessibile ed adattabile e quando apprendere qualcosa di nuovo richiede uno sforzo cognitivo maggiore rispetto a un giovane che può essere più facilmente educato a compiere determinate azioni.
Il rischio che si corre nel contrapporre fazioni generazionali è quello però della mera retorica ageista. Il futuro è dei giovani, largo a noi, che sappiamo cosa vogliamo! Ma è davvero così? Consapevolezza, percezione del rischio, cambio di abitudine hanno tutte un denominatore comune: conoscenza. Forse quello che possiamo davvero fare è imparare per primi a conoscere e farci portatori di conoscenza: diffondiamo buone pratiche e buone abitudini, parliamone a casa, con gli amici e con persone di differenti età. Facciamo dell’ambiente un patrimonio culturale. Perché in fondo siamo ancora convinti che la cultura salverà il mondo. Di tutte le età.

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